gennaio 2, 2020

DMSO Technique – Manipolazioni Vertebrali

MANIPOLAZIONI VERTEBRALI ED EFFETTI MECCANICI, FISIOLOGICI E PSICOLOGICI

Spesso i miei pazienti mi chiedono cosa servono le manipolazioni vertebrali e la risposta non è poi così semplice come talvolta sento dire dai pazienti stessi.

Ieri arriva in studio un paziente che mi racconta che un osteopata “molto bravo” gli aveva sistemato “una vertebra spostata”.

Ho provato a spiegare al paziente utilizzando un modellino tridimensionale, che se avesse avuto una vertebra lombare spostata, probabilmente non sarebbe qui in piedi di fronte a me a raccontarlo.

Negli ultimi 20 anni molte teorie sono state sviluppate nel tentativo di spiegare gli effetti delle manipolazioni verterali.

I professionisti “seri” e gli studiosi hanno tentato di stabilire teorie per spiegarne il meccanismo alla base del beneficio indotto sulle articolazioni e sui tessuti molli circostanti dai movimenti manipolatori passivi.

Alcune teorie, come la teoria della sublussazione chiropratica, sono state ampiamente criticate in quanto prive di evidenze scientifiche e fattibilità biologica; altre teorie, come il meccanismo del sistema nervoso centrale per la modulazione del dolore, continuano invece ad ottenere prove a supporto della loro validità.

Questo modello teorico suggerisce che la manipolazione sia in grado di attivare una serie di risposte neurofisiologiche, responsabili degli esiti clinici favorevoli.

Dal punto di vista di uno specialista dei trattamenti manipolativi, le due principali indicazioni per la manipolazione vertebrale sono il dolore e la riduzione della mobilità articolare.

Pertanto, i due effetti principali della manipolazione sono il miglioramento della mobilità e la riduzione del dolore.

Possiamo dividere gli effetti della manipolazione in tre categorie principali:

meccanici, neurofisiologici e psicologici.

EFFETTI MECCANICI

1) RIPRISTINO DEL RANGE OF MOTION (ROM)

Molti studi hanno mostrato una migliore mobilità dopo la manipolazione di un distretto:

L’effetto di una singola manipolazione della colonna vertebrale toracica è stato studiato su 78 soggetti che sono stati assegnati in modo casuale su tre gruppi. Il primo trattato con manipolazione con thrust, il secondo solo con tecniche di mobilizzazione e il terzo non è stato trattato.

Il gruppo che ha ricevuto la manipolazione toracica con thrust ha ottenuto un aumento del movimento sui vari piani dello spazio, mentre non sono stati osservati miglioramenti negli altri due gruppi.

In un altro studio su 16 pazienti con dolore al collo cronico, i soggetti hanno mostrato un miglioramento del range di movimento cervicale dopo una manipolazione dell’articolazione C5-C6 e C6-C7.

Nansel et al. hanno rilevato, in uno studio su 24 soggetti con movimento di flessione laterale del collo limitato, come vi sia un aumento significativo del ROM cervicale dopo la manipolazione del rachide cervicale.

2) LA SINDROME DELLE FACCETTE ARTICOLARI

Il blocco acuto delle faccette articolari (sindrome delle faccette articolari) è una condizione che crea un’improvvisa perdita di mobilità articolare.

Le due superfici delle faccette si “impigliano” tra loro, causando il blocco articolare, che è associato al dolore durante il movimento.

Le varie tecniche di manipolazione hanno lo scopo di sbloccare l’impingement osteo-articolare.  Spesso i pazienti evidenziano un miglioramento immediato nel ROM (range of motion) e nella riduzione del dolore.

EFFETTI NEUROFISIOLOGICI

Gli effetti neurofisiologici probabilmente forniscono la spiegazione più realistica per i benefici della manipolazione. I tessuti della colonna vertebrale, compresi pelle, fascia, muscoli, tendini, articolazioni, legamenti e disco intervertebrale (anulus esterno), sono ben innervati e forniscono input afferenti al SNC. Molti meccanocettori (di tipo I e II) insieme alle terminazioni nervose libere (recettori di tipo IV) sono presenti nelle articolazioni delle faccette e nei fusi muscolari della colonna.

Quando le articolazioni vengono spostate, emettono brevi “esplosioni” di impulsi.

Pertanto, con il movimento osteo-articolare causato dalla manipolazione, questi recettori sparano input afferenti al SNC.

Poiché la manipolazione produce movimenti della colonna vertebrale e delle sue strutture associate, vengono coinvolti numerosi recettori per generare stimoli che vanno al midollo spinale.

Bialosky et al., ha delineato un famoso modello per descrivere i meccanismi neurofisiologici che si verificano a livello sopraspinale o del midollo spinale in seguito alla terapia manuale .

1) RISPOSTA ANALGESICA IN SEGUITO ALLA MANIPOLAZIONE con THRUST

Diversi studi hanno dimostrato che un punto chiave dell’analgesia endogena è l’area grigia del mesencefalo. Essa svolge un importante ruolo per le risposte al dolore, allo stress e altri stimoli, coordinando le risposte di diversi sistemi, tra cui il sistema nocicettivo, il sistema nervoso autonomo e il sistema motorio.

Quando vengono stimolate le regioni chiave dell’area grigia, viene evocata una risposta di tipo simpatico in combinazione con una risposta analgesica (riduzione del dolore).

I meccanorettori (di tipo I e II) presenti su articolazioni e muscoli proiettano le informazioni proprio nell’area grigia del mesencefalo.

Ci sono tantissimi studi a supporto di questa tesi: la risposta analgesica secondaria alla manipolazione vertebrale è probabilmente il risultato della stimolazione dei meccanocettori che forniscono impulsi afferenti al sistema nervoso centrale (e all’area grigia periacqueduttale).

Pertanto, ci sono numerose prove che la manipolazione vertebrale abbia un effetto immediato sulla modulazione del dolore attraverso percorsi sia centrali che periferici.

2) ANALGESIA PER RILASCIO DI PEPTIDI OPPIOIDI ENDOGENI

Un’altra spiegazione proposta dell’effetto analgesico della manipolazione vertebrale risiede nella stimolazione del rilascio di peptidi oppioidi endogeni.

Queste molecole si legano a specifici recettori nel sistema nervoso, producendo analgesia (riduzione del dolore). Uno di questi è la beta-endorfina.

Vernon et al. hanno misurato i livelli plasmatici di beta-endorfina a intervalli di 5 minuti dopo una manipolazione del rachide cervicale.

I risultati hanno mostrato un aumento dei livelli plasmatici di beta-endorfina nel gruppo sperimentale (cioè quello che ha ricevuto effettivamente una manipolazione vertebrale) 5 minuti dopo il thrust, rispetto a un gruppo di controllo che ha ricevuto una tecnica di mobilizzazione.

Tuttavia, 15 minuti dopo la manipolazione, il livello di beta-endorfine era tornato a un livello basale.

3) EFFETTI SULL’ATTIVAZIONE MUSCOLARE

Diversi studi hanno analizzato l’effetto della manipolazione (thrust) per determinare se potesse inibire o aumentare il tono muscolare e migliorare le prestazioni muscolari.

I risultati sono stati variabili. In uno studio, i partecipanti che hanno ricevuto una manipolazione thrust hanno mostrato in media una riduzione del 20% dell’attività dei muscoli paraspinali misurata con l’attività elettromiografica rispetto ai partecipanti al controllo. Risultati simili sono stati riportati nella riduzione dell’attività muscolare dei muscoli posteriori della coscia in pazienti con low back pain (LBP) unilaterale, con confronto prima e dopo una manipolazione lombare.

Esistono anche teorie sul fatto che la manipolazione spinale possa aumentare l’attivazione muscolare e la produzione di forza.

In uno studio su 16 pazienti con dolore cronico al collo, la forza muscolare dei bicipiti è migliorata dopo una manipolazione C5-C6 e C6-C7.

Cleland et al. sono stati in grado di mostrare immediatamente un aumento della forza (14%) del trapezio inferiore dopo una manipolazione toracica rispetto a un gruppo di controllo.

Keller et al. sono stati in grado di dimostrare un significativo aumento della contrazione volontaria massima e dell’attività EMG di superficie dei muscoli erettori dopo una manipolazione lombare rispetto a un gruppo controllo e rispetto al placebo in 40 pazienti con LBP (low back pain).

Questi risultati forniscono prove preliminari che la manipolazione vertebrale possa modificare le risposte motorie e facilitare la funzione muscolare precedentemente inibita a causa del dolore o dell’ipomobilità.

Per concludere, alcuni studi supportano sia la facilitazione che l’inibizione del sistema motorio dopo la manipolazione.

La risposta può variare a seconda della tecnica, dei segmenti trattati, della natura del dolore e dei muscoli testati.

In generale, la manipolazione tende a facilitare i muscoli spinali locali profondi che aiutano a coordinare il controllo neuromuscolare e ad inibire i muscoli spinali più superficiali.

EFFETTI PSICOLOGICI

Le aspettative dei pazienti verso il successo di una terapia hanno una forte influenza sugli esiti.

In uno studio, oltre l’80% dei pazienti si aspettava risultati positivi in seguito a interventi quali massaggio e manipolazioni vertebrali. E’ stato visto che, effettuare una tecnica in un paziente con aspettativa positiva proprio verso quella tecnica ha aumentato notevolmente il risultato e la probabilità di miglioramento.

Inoltre, l’effetto di aspettativa può essere influenzato dal modo in cui l’intervento viene effettuato e dalle parole usate.

Accompagnare la tecnica con parole e frasi che potenziano l’aspettativa, potenzierà gli effetti benefici di ipoalgesia (riduzione del dolore).

In sintesi, gli effetti psicologici della manipolazione dipendono dal contesto psicosociale del paziente, compresi i valori e le aspettative del paziente per il trattamento. Se i pazienti hanno un atteggiamento positivo e l’aspettativa di un intervento e ricevono tale intervento, gli effetti positivi del trattamento tendono ad essere maggiori. L’interazione terapeuta/paziente può influenzare le aspettative del paziente riguardo al trattamento e quindi può influire sull’entità del placebo e sugli effetti psicologici ad esso associati.

dicembre 28, 2019

SINDROME DELL’ARTICOLAZIONE SACRO-ILIACA

Il mal di schiena è un disturbo molto comune. Dopo il raffreddore, il mal di schiena è la seconda ragione più frequente per cui le persone si recano dal medico. Il dolore solitamente si localizza nell’area lombare della colonna vertebrale o in corrispondenza delle articolazioni sacro iliache. Nel 25% dei casi, il mal di schiena nella parte lombare della colonna vertebrale è causato da problemi nell’area dell’articolazione sacro iliaca, del nervo sciatico o della regione pelvica dell’apparato locomotore.
In caso di mal di schiena, è importante determinarne le cause e iniziare tempestivamente il trattamento. Questo approccio può prevenire la cronicizzazione del dolore. L’obiettivo della terapia del mal di schiena è alleviare in modo efficace il dolore così da consentire alle persone colpite di tornare rapidamente alle normali attività quotidiane, prevenendo al tempo stesso il mal di schiena recidivante.

CAUSE DELLE PATOLOGIE DELL’ARTICOLAZIONE SACRO ILIACA

L’articolazione sacro iliaca è anche nota come articolazione ileo sacrale. Connette la parte lombare della colonna vertebrale con la pelvi per mezzo di un apparato legamentoso in tensione. In ragione della solida struttura di supporto presente, l’articolazione sacro iliaca non ha un elevato grado di mobilità. Tuttavia può subire degli spostamenti tramite l’applicazione di forze elevate o l’assunzione di posture scorrette. Anche i più piccoli spostamenti nell’articolazione sacro iliaca possono causare intensi mal di schiena. Un blocco dell’articolazione sacro iliaca, un cosiddetto blocco sacroiliaco, può essere causato dall’applicazione improvvisa di una forza durante l’esecuzione di un esercizio o in seguito a un incidente.
Il dolore all’articolazione sacro iliaca può inoltre insorgere in conseguenza di logoramento (osteoartrite), allentamento della sinfisi durante la gravidanza, instabilità del cingolo pelvico, o spondilite anchilosante. I muscoli e i tendini dell’articolazione sacro iliaca possono inoltre provocare dolore all’articolazione sacro iliaca stessa in seguito a sforzo eccessivo, a posture scorrette prolungate nel tempo o a caricamento erroneo.
Ulteriori cause di dolore all’articolazione sacro iliaca possono essere infezioni, ernie del disco, fratture ossee, patologie dell’anca e stress.

DOLORE TIPICO IN CASO DI PATOLOGIE DELL’ARTICOLAZIONE SACRO ILIACA

Le persone colpite avvertono dolore nell’area dell’articolazione sacro iliaca. Il dolore può anche irradiarsi fino alla colonna vertebrale lombare e alle gambe. Un dolore simile è generato dalle patologie interessanti il nervo sciatico. In caso di sciatica, unitamente al mal di schiena, si possono sperimentare intorpidimento e paralisi delle gambe oltre che problemi urinari e intestinali.
In caso di patologie relative all’articolazione sacro iliaca (sindrome sacroiliaca), il dolore alla schiena aumenta in intensità durante il giorno. I movimenti per raddrizzarsi e per sollevare oggetti pesanti risultano particolarmente dolorosi, così come restare in piedi per periodi prolungati.
Il dolore osteoartritico all’articolazione sacro iliaca inizialmente si presenta solo in presenza di sollecitazioni fisiche elevate. Con l’evolvere della patologia, le persone cominciano ad avvertire dolore anche in presenza di sollecitazioni normali, e in seguito anche a riposo.
La spondilite anchilosante è una condizione reumatica associata a processi infiammatori cronici dell’articolazione sacro iliaca comunemente osservati già in giovane età. Il primo sintomo di questa patologia è il mal di schiena durante la notte.

COME DIAGNOSTICARE LE PATOLOGIE DELL’ARTICOLAZIONE SACRO ILIACA

Per determinare la causa di queste patologie vengono utilizzati diversi metodi diagnostici. Il primo elemento è un colloquio approfondito tra il medico (fisiatra, ortopedico o neurochirurgo) e il paziente, seguito da una visita. Questo potrebbe già fornire un’idea delle possibili cause. Durante la visita, vengono eseguiti test che non sono tipicamente eseguiti solo per l’articolazione sacro iliaca, ma che sono in grado di fornire informazioni anche sull’eventuale coinvolgimento del nervo sciatico. In generale, gli esami del sangue non rientrano tra gli strumenti diagnostici per la sindrome sacroiliaca. Tuttavia, se si sospetta la presenza di spondilite anchilosante, il medico prescriverà anche l’esecuzione di questi esami. Il mal di schiena cronico in giovane età può essere un indicatore della presenza di questa patologia. Inoltre raggi X, la tomografia computerizzata (TC) e la risonanza magnetica (RMN) possono determinare l’eventuale presenza di ernie del disco e di fratture o dislocazioni vertebrali.

TRATTAMENTO DELLE PATOLOGIE DELL’ARTICOLAZIONE SACRO ILIACA

L’esercizio fisico strutturato da un chinesiologo è un componente essenziale per il successo del trattamento della sindrome sacroiliaca. È importante che le persone affette si muovano, anche se ciò risulta doloroso. Viene inoltre prescritta la fisioterapia. Durante la sessione di trattamento, mediante l’esecuzione di speciali esercizi, si ottiene uno scarico dell’articolazione sacro iliaca.
Inoltre le onde d’urto focali possono essere di grande aiuto, così come la laserterapia, la vibraterapia e la tecarterapia. Queste terapie provocano una disattivazione dei recettori del dolore.
I trattamenti a caldo rappresentano un supporto efficace per la terapia.
Se la sindrome sacroiliaca è comparsa solo di recente, solitamente può essere trattata con successo. Il trattamento risulterà invece più difficoltoso qualora i sintomi abbiano avuto una durata maggiore o siano costantemente recidivanti.
In caso di blocco sacroiliaco, lo sblocco dell’articolazione viene attuato mediante terapia manuale (manipolazioni) praticata da un osteopata/chiropratico o un fisioterapista . Questa terapia può essere svolta in due modi: mediante mobilizzazione o trust. In caso di mobilizzazione, l’articolazione interessata viene tesa con cura durante la fisioterapia al fine di migliorarne la mobilità. Nell’approccio mediante trust, il manipolatore scioglie il blocco applicando brevemente una forza sull’articolazione interessata.
novembre 27, 2019

IPOSSIA E ALLENAMENTO DELLO SPORTIVO

Sfruttare l’ipossia intermittente come terapia

L’IPOSSIA è una condizione patologica determinata da una carenza di ossigeno nell’intero organismo (Ipossia Generalizzata) o in una sua regione (Ipossia Tissutale). Il segno più tipico dell’ipossia tessutale è il pallore della cute e delle mucose in sedi specifiche quali il palmo della mano, il padiglione auricolare, la mucosa dell’interno delle labbra e la congiuntiva palpebrale. In particolare, quando si verifica il fenomeno dell’ipossia (riduzione dei livelli di ossigeno in cellule e tessuti), la cellula può imboccare due strade opposte:

A. Nel caso l’ipossia sia severa e prolungata si ha l’attivazione di un serie di fattori che possano portare alla morte cellulare.

B. Se l’ipossia è moderata ed intermittente vengono attivati meccanismi di adattamento che hanno importanti effetti terapeutici positivi. In questo caso si attiva una piccola molecola HIF-1α (Hypoxic Inducible Factor) che regola la presenza dell’ossigeno a livello cellulare mediante una serie di meccanismi metabolici.

L’allenamento ipossico intermittente (IHT), noto anche come terapia ipossica intermittente, è una tecnica non invasiva, senza farmaci, mirata a migliorare le prestazioni umane e il benessere attraverso l’adattamento alla riduzione dell’ossigeno. L’uso terapeutico dell’ipossia intermittente (IH) è stato oggetto di una ricerca considerevole per decenni. Questo metodo senza farmaci, che non presenta controindicazioni rilevanti, è stato regolarmente utilizzato da circa 2 milioni di pazienti negli ultimi 30 anni (in Russia), e ha prodotto risultati benefici statisticamente significativi nel 75-95% dei casi [Basovich, 2013; Prokopov, 2012]. L’Applicazione di questa metodica viene captata dal nostro organismo come una sorta di “ALLARME” e vengono messe in atto una serie di risposte FISIOLOGICHE di “ADATTAMENTO” che perdurano nel tempo.  In particolare avviene che questo segnale di IPOSSIA viene captato da una piccola molecola HIF-1α (Hypoxic Inducible Factor) che regola la presenza dell’ossigeno a livello cellulare. Questa proteina HIF-1α , presente in tutte le cellule stimola il nucleo delle stesse a produrre fattori che aumentino la presenza dell’ossigeno come “contromisura” all’ipossia.

Il primo importante bersaglio della trascrizione HIF-1a è l’eritropoietina (EPO).

1) L’EPO è stato originariamente trovato rilasciato dai reni in risposta all’ipossia. L’EPO aumenta la capacità di trasportare ossigeno del sangue stimolando l’eritropoiesi nel midollo osseo.

2) l’HIF-1a induce l’espressione del prodotto del gene adattivo VEGF. VEGF è un potente mediatore dell’angiogenesi che produce molteplici effetti, compresi quelli relativi allo sviluppo e alla fisiologia dei polmoni.

3) l’ossido nitrico sintasi (NOS) e l’eme ossigenasi (HO) sono due geni bersaglio HIF-1, entrambi attivando la vasodilatazione, aumentando così il flusso sanguigno locale e abbassando la pressione sanguigna.

4) la glicolisi anaerobica diventa la forma predominante di generazione di ATP cellulare in condizioni di fornitura limitata di ossigeno. Pertanto, l’assorbimento di glucosio (trasportatori di glucosio) e la glicolisi (enzimi glicolitici) sono sovraregolati da HIF-1.

5)  la tirosina idrossilasi è l’enzima limitante della velocità per la biosintesi della dopamina; la sua espressione è aumentata dall’ipossia.

 6) il metabolismo del ferro nell’uomo viene stimolato in circostanze ipossiche, in particolare in presenza dei fattori ceruloplasmina, transferrina e recettore della transferrina.  Il ferro è un elemento vitale in tutti gli organismi viventi ed è richiesto come cofattore essenziale per le proteine leganti l’ossigeno.

Numerose ricerche hanno dimostrato che i fattori di trascrizione HIF funzionano come mediatori centrali, consentendo alle cellule di adattarsi a livelli di ossigeno criticamente bassi sia nei tessuti normali che in quelli compromessi. ReOxy è una nuova tecnologia per la terapia respiratoria, che tratta i pazienti con miscele di gas a ridotti livello di ossigeno (ipossiche), dosati individualmente durante la procedura.  L’obiettivo principale della terapia con ReOxy è la risposta adattativa a breve e a lungo termine a livello sistemico, organico tissutale e cellulare.

Il Trattamento ipossico ad intervalli in modalità “Ipossia – Iperossia” (IHHT®) Il trattamento ipossico (IHHT®) consiste in brevi periodi ripetuti (5-7 minuti ciascuno) di lieve o progressiva ipossia lieve, interrotta da periodi simili di riposo / recupero [L. Bernardi, C. Passino et al., European Heart Journal, 2001]. Programma: 10-15 sedute complessive di allenamento ipossico 3-5 volte a settimana

ReOxy utilizza la tecnologia Self Regulated Treatment (SRT®). La tecnologia SRT® si basa sul principio del feedback biologico, in cui la reazione corporea del paziente definisce i parametri di impatto e li controlla durante l’intero periodo di trattamento.

Gli effetti:

A livello CARDIOVASCOLARE, abbiamo un aumento importante della “Performance Cardiovascolare”:

- Aumento della tolleranza del Miocardio all’ipossia con aumento della resistenza allo sforzo fisico.

- Aumento della vascolarizzazione del miocardio.

- Aumento del flusso coronarico per vasodilatazione.

- Effetto Anti-ipertensivo

 A livello METABOLICO, migliora il metabolismo aerobico:

- Diminuzione dell’appetito

- Perdita di peso

- Diminuzione dei livelli di colesterolo

- Aumento della sensibilità all’insulina

- Migliora la Sindrome da over-training

A livello del SISTEMA NERVOSO CENTRALE, abbiamo un miglioramento dell’efficienza neuronale:

- Aumento della “Neurogenesi” (Sintesi di Nuovi Neuroni)

- Aumento della sintesi di Catecolamine come L-DOPA e SERETONINA (utile nel morbo di Parkinson).