settembre 30, 2012

La sedentarietá uccide quanto il fumo

 La vita sedentaria, lo scarso movimento fisico, la rinuncia allo sport non sono semplicemente scelte che ci rendono meno belli nell’aspetto, ma penalizzano la nostra salute e, probabilmente, solo in pochi sanno quanti danni ne derivano.

Secondo le statistiche e i diversi studi scientifici, l’inattività provoca ogni anno lo stesso numero di decessi causati dal fumo di sigarette. I dati delle ricerche in merito sono stati, di recente, pubblicati sulla rivista medica “Lancet”. Ad occuparsi del caso è stato un gruppo di studiosi dell’Harvard Medical School che ha constatato, nel tempo, che ogni anno ci sarebbero 5,3 milioni di decessi in meno se la popolazione scegliesse uno stile di vita attivo. Se consideriamo che il fumo di sigarette provoca 5 milioni di morti all’anno non resta che fermarsi a riflettere seriamente per poi abbandonare il divano di casa e iniziare almeno a camminare.

Poiché il numero dei decessi è legato soprattutto a patologie come il cancro all’intestino, diabete di tipo 2 e problematiche cardiovascolari, diventa evidente che una sana alimentazione (ricca di verdure, frutta, pesce e cereali integrali) e l’attività motoria quotidiana sono gli elementi che ci permettono di sperare in un futuro roseo.

Quanta attività fisica è necessaria per evitare di rientrare nei 5,3 milioni di decessi per inattività? Anche due ore di camminata a settimana ci possono salvare la vita. Meglio recarsi in palestra e farsi seguire da un dottore in scienze motorie, basta farsi furbi e meno pigri. Scegliamo le scale come salutare alternativa all’ascensore; abbandoniamo l’auto, quando possibile, e spostiamoci in bicicletta o a piedi. Sono piccole scelte che possono allungare la vita e magari farci riscoprire piccoli piaceri dimenticati.

settembre 29, 2012

EMERGENZA OBESITA!

Milano, 24 set. (Adnkronos Salute) – “Non ci si può più nascondere dietro a un dito: è venuto il momento di passare realmente all’azione” per difendere la salute degli adulti del futuro. “Nessuno si illude che lo sforzo sarà lieve e senza costi, ma proteggere oggi i nostri bambini e i giovani ci ripagherà in un futuro non lontano, con notevoli risparmi nel settore della salute”. Suona così l’appello lanciato ai politici da Enzo Nisoli, presidente della Sio (Società italiana dell’obesità), dopo i risultati di diversi studi sul rischio chili di troppo associato al consumo di bevande zuccherate. E si rivolgono alle Istituzioni anche i pediatri del Simpef (Sindacato medici pediatri di famiglia), invitando a misure concrete che incentivino l’attività fisica nelle scuole.
“Questi studi, rigorosamente disegnati dal punto di vista scientifico – commenta Nisoli – forniscono un importante sostegno a coloro i quali premono a favore della diffusione di raccomandazioni e della messa in atto di decisioni politiche finalizzate a limitare il consumo di bevande zuccherate, specialmente quelle di scarsa qualità, a più basso costo e offerte in porzioni eccessive. Certo è, comunque, che le decisioni politiche non possono limitarsi a questo: le bevande zuccherate sono solo uno, e forse neanche il principale tassello, del puzzle di cause ambientali alla base del favorire l’obesità”, precisa lo specialista.
Ecco perché “bisogna piuttosto avviare un insieme di strategie globali, che non si limitino al divieto o alla limitazione, ma includano il sostegno alla diffusione di cibi più salutari e di strutture e strumenti per aumentare l’attività fisica”.
“Il tema dello stile di vita di bambini e adolescenti e come prevenire errori che pregiudicano la salute da adulti, causando obesità, diabete e malattie cardiovascolari, sono stati al centro del nostro Congresso nazionale conclusosi ieri a Baveno”, sottolinea Rinaldo Missaglia, presidente Simpef.
“Il ruolo del pediatra di famiglia – prosegue il medico – è fondamentale nell’educare bambini e genitori a un’alimentazione corretta, anche a non eccedere con il consumo di bevande zuccherate. Ma da soli non possiamo combattere questa battaglia. Abbiamo bisogno di alleati: la scuola, in primo luogo. Anche perché, tra le due cause parimenti importanti alla base del problema obesità infantile (l’alimentazione in eccesso calorico e la sedentarietà) – avverte Missaglia – noi possiamo agire con buone probabilità di riuscita solo con raccomandazioni e consigli dietetici o ad aumentare l’attività fisica dei ragazzi”.
I pediatri di famiglia lanciano quindi un appello al Governo. In particolare ai ministri della Salute e dell’Istruzione, Renato Balduzzi e Francesco Profumo, “affinché predispongano misure che sostengano e aumentino il tempo dedicato all’educazione fisica e allo sport nelle scuole. Ne va del futuro dei nostri giovani”.

settembre 29, 2012

PROSEGUONO LE INVASIONI BARBARICHE !

Riporto un articolo uscito su QUOTIDIANO/SANITA’ oggi 29/09/12:

Da oggi i medici sportivi di tutta Europa prescriveranno l’attività fisica ai propri pazienti sulla base delle linee guida italiane. L’annuncio nel corso del XXXII Congresso mondiale di Medicina Sportiva in corso a Roma.

28 SET – “La Federazione europea sta implementando il proprio regolamento sulla prescrizione dell’esercizio fisico prendendo come modello il sistema italiano”. In pratica, “da oggi i medici sportivi di tutta Europa prescriveranno l’attività fisica ai propri pazienti sulla base delle linee guida italiane”. Lo ha annunciato orgoglioso Maurizio Casasco, presidente della Federazione medico sportiva italiana (Fmsi), in occasione del XXXII Congresso mondiale di Medicina Sportiva in corso a Roma.
“Abbiamo presentato le nostre linee guida agli specialisti di tutto il mondo”, ha spiegato Casasco, ricordando che queste sono divise in 8 aree: classificazione dello sport, benefici e rischi dell’attività fisica, risposte fisiologiche all’esercizio, valutazione funzionale del rischio, prescrizione individualizzata dell’esercizio, nutrizione, invecchiare in salute, psicologia dell’attività fisica e dello sport.
Le linee guida messe a punto dai medici italiani, inoltre, prevedono di tenere conto oltre che dei parametri clinici usuali come altezza, peso o pressione, anche del concetto di ‘efficienza fisica’, calcolabile tramite un semplice esame e necessaria a stabilire la giusta quantità di esercizio da fare. “Una giusta dose che deve essere prescritta dallo specialista ‘giusto’, per l’appunto il medico dello sport”, ha sottolineato il presidente della Fmsi.
Secondo il quale “sarebbe, inoltre, auspicabile estendere il modello della medicina sportiva a tutta la popolazione. In questo modo possiamo fare ‘prevention-screening’ e portare la nostra esperienza agonistica a tutti quanti. Un sistema del genere – ha concluso Casasco – riveste anche un importante valore sociale perché garantirebbe un notevole risparmio ai sistemi sanitari di molti Paesi”.

Purtroppo ho la sensazione che i medici sportivi stiano invadendo un campo che non è di loro competenza, ma di competenza del LAUREATO IN SCIENZE MOTORIE.

A tal proposito riporto la normativa in essere:

- Decreto Legislativo 178-1998 

Il corso di laurea in scienze motorie e’ finalizzato all’acquisizione di adeguate conoscenze di metodi e contenuti culturali, scientifici e professionali nelle seguenti aree:

a) didattico-educativa, finalizzata all’insegnamento nelle scuole di ogni ordine e grado;

b) della prevenzione e dell’educazione motoria adattata, finalizzata a soggetti di diversa eta’ e a soggetti disabili;

c) tecnico-sportiva, finalizzata alla formazione nelle diverse discipline;

d) manageriale, finalizzata all’organizzazione e alla gestione delle attivita’ e delle strutture sportive.

Integrazione al Decreto Ministeriale n. 270 del 22/10/2004 (18/03/2006) (Classi delle Lauree Triennali)

I principali sbocchi occupazionali previsti dai corsi di laurea della classe sono:

- attività professionale di professionista delle attività motorie e sportive, nelle strutture pubbliche e private, nelle organizzazioni sportive e dell’associazionismo ricreativo e sociale, con particolare riferimento a:

a) Conduzione, gestione e valutazione di attività motorie individuali e di gruppo a carattere compensativo, adattativo, educativo, ludico-ricreativo, sportivo finalizzate al mantenimento del benessere psico-fisico mediante la promozione di stili di vita attivi.

b) Conduzione, gestione e valutazione di attività del fitness individuali e di gruppo.

Decreto Ministeriale n. 270 del 22/10/2004 (Classi delle Lauree Magistrali)

I laureati nei corsi di laurea magistrale acquisiranno le competenze necessarie per:

• progettare, organizzare e gestire le diverse tipologie di servizi e strutture per lo sport e le attività motorie;

• svolgere funzioni di direzione, programmazione e coordinamento di organizzazioni operanti nel settore dello sport e delle attività motorie;

• organizzare e gestire eventi sportivi;

• operare efficacemente nell’ambito degli assetti istituzionali e giuridici entro i quali si colloca il sistema delle attività motorie e sportive;

• gestire, in un’ottica economico aziendale, le organizzazioni operanti nel settore dello sport e delle attività motorie;

• svolgere consulenza, rappresentanza e/o assistenza dinanzi agli organi di giustizia sportiva, nonché nell’attività di contrattazione per conto di soggetti operanti nel settore dello sport e delle attività motorie, in qualità di esperti di: servizi di carattere turistico sportivo, gestione degli impianti; media e comunicazione, grandi eventi e manifestazioni; contrattualistica e procedure arbitrali sportive;

• svolgere attività di progettazione, coordinamento e direzione presso aziende che forniscono strumenti, tecnologie, beni e servizi per la pratica sportiva;

• svolgere funzioni di progettazione, coordinamento e direzione manageriale delle attività sportive nelle varie discipline presso associazioni e società sportive, enti di promozione sportiva e organizzazioni sportive in generale;

• sviluppare gli assetti istituzionali, economici e giuridici della comunicazione e dell’informazione del settore.

• la progettazione e l’attuazione di programmi di attività motorie finalizzati al raggiungimento, al recupero e al mantenimento delle migliori condizioni di benessere psicofisico per soggetti in varie fasce d’età e in diverse condizioni fisiche, con attenzione alle specificità di genere;

• l’organizzazione e la pianificazione di particolari attività e stili di vita utili per la prevenzione delle malattie ed il miglioramento della qualità della vita mediante l’esercizio fisico;

• la prevenzione dei vizi posturali e il recupero motorio post-riabilitativo finalizzato al mantenimento dell’efficienza fisica

• la programmazione, il coordinamento e la valutazione di attività motorie adattate a personediversamente abili o ad individui in condizioni di salute clinicamente controllate e stabilizzate.

 

 

 

 

settembre 26, 2012

COME ALLUNGARE LA VITA

Da una riduzione del 10% dell’inattività fisica della popolazione mondiale si potrebbero verificare ogni anno oltre 533.000 decessi in meno e se si raggiungesse una diminuzione del 25% la cifra salirebbe a 1,3 milioni. È questo uno dei risultati emersi dallo studio “Effect of physical inactivity on major non-communicable diseases worldwide: an analysis of burden of disease and life expectancy” pubblicato dal Lancet a metà luglio. Obiettivo dell’indagine è stato di quantificare gli effetti della sedentarietà sull’aspettativa di vita e sul rischio di sviluppare patologie non trasmissibili – quali diabete di tipo 2, disturbi cardiovascolari, tumori al seno e al colon – attraverso una stima della riduzione dell’incidenza di tali problematiche nell’ipotesi di una corretta attività fisica da parte dei cittadini. A emergere è che stili di vita più pigri sono alla base del 10% dei casi di tumori al colon (con una variabilità regionale che va dal 5,7% del Sudest asiatico al 13,8% dell’area mediterranea) e al seno (con un range tra il 5,6% e il 14,1%), del 7% del diabete di tipo 2 (3,9-9,6%) e del 6% delle malattie cardiovascolari (3,2-7,8%). L’inattività fisica è additata poi come la responsabile del 9% della mortalità prematura (range 5,1-12,5%) e, in generale, di oltre 5,3 milioni di decessi dei 57 milioni totali che si sono registrati a livello mondiale nel 2008. In sostanza, con l’eliminazione dell’inattività fisica, l’aspettativa di vita della popolazione mondiale potrebbe aumentare, complessivamente, di 0,68 anni (ma il valore potrebbe essere maggiore se riferito alla sola fetta di popolazione che allo stato attuale risulta sedentaria). Un parametro, questo, che pone l’impatto dell’inattività fisica come fattore di rischio al pari di fumo e obesità.

settembre 23, 2012

La prostituzione in Europa

Verde: La prostituzione è legale e regolamentata dalla legge, l’esercizio di case chiuse è legale

Verde chiaro: La prostituzione è legale e regolamentata dalla legge, ma l’esercizio di case chiuse è illegale

Blu: La prostituzione non è illegale ma al tempo stesso non è una attività regolamentata, le attività collaterali (gestione di case chiuse, sfruttamento, favoreggiamento) sono illegali

Rosso: La prostituzione è illegale, le prostitute sono punite dalla legge

Rosa: La prostituzione è illegale, i clienti sono puniti dalla legge ma non lo sono le prostitute
Grigio: Dati non presenti
Il trattamento legale della prostituzione in Europa varia nei diversi Paesi. In alcuni Stati il compiere prestazioni sessuali a pagamento è illegale, mentre in altri la prostituzione in sé è lecita, mentre sono punite varie forme di favoreggiamento (come l’agire come protettore, il prestare favoreggiamento, ogni attività che porti ad ottenere profitto dalla prostituzione, l’induzione, etc.) nel tentativo di rendere più difficile il prostituirsi.
l’atto del prostituirsi (effettuare prestazioni sessuali a pagamento): è legale nella maggioranza dei Paesi dell’Europa occidentale, mentre è tendenzialmente illegale nell’Europa orientale.
fruire della prostituzione (ricevere prestazioni sessuali dietro pagamento): è legale nella gran parte dei Paesi europei. Solamente in Svezia, Norvegia e Islanda si è recentemente affermato un nuovo modello legislativo nel quale viene punito il “cliente”.
adescamento (l’invito a fruire di prostituzione in luogo pubblico o aperto al pubblico): la gran parte dei Paesi nei quali la prostituzione è lecita hanno leggi o disposizioni amministrative che puniscono questo tipo di condotte. Talvolta sono istituite delle “zone di tolleranza” (ufficiali o non) nelle quali l’adescamento è consentito.
lo sfruttamento, favoreggiamento, reclutamento o induzione: queste attività sono illegali in gran parte d’Europa.
la prostituzione minorile e la costrizione alla prostituzione ed attività similari: sono attività illegali in ogni parte d’Europa tranne che in Svizzera dove la sola prostituzione minorile (se praticata da soggetti maggiori di sedici anni) è invece permessa.
Modelli legali sulla prostituzione
Il trattamento legale della prostituzione nei diversi Paesi europei segue tre modelli giuridici dominanti.
Il Modello proibizionista consiste nel vietare la prostituzione e nel punire la prostituta con pene pecuniarie o detentive. In taluni Paesi in cui è adottato questo modello, oltre alla prostituta viene punito anche il cliente. Questo modello è seguito dalla gran parte dei Paesi dell’Est Europa: Albania, Azerbaigian, Bielorussia, Bosnia ed Erzegovina, Croazia, Georgia, Kazakistan, Lituania, Macedonia, Moldavia, Montenegro, Romania, Russia, Serbia, Slovenia, Ucraina.
Il modello proibizionista vede una variante nel cosiddetto modello neo-proibizionista o “modello svedese”, adottato in Svezia dal 1999 e successivamente in Islanda e dal gennaio 2009 in Norvegia. Questo modello si fonda sulla criminalizzazione del cliente, con la punizione dell’acquisto di prestazioni sessuali. Questo modello si basa sull’assunto che la prostituzione è una violenza dell’uomo contro la donna, sempre: anche quando la prostituta afferma di svolgere l’attività per scelta, consapevolmente.
Il Modello abolizionista consiste nel non punire la prostituzione né l’acquisto di prestazioni sessuali, ma al tempo stesso nel non regolamentarli, mentre si puniscono tutta una serie di condotte collaterali alla prostituzione (favoreggiamento, induzione, reclutamento, sfruttamento, gestione di case chiuse, etc.). Il sistema chiama lo Stato fuori dalla disputa, senza proibire o regolamentare l’esercizio della prostituzione, ma la vorrebbe scoraggiare attraverso la punizione di tutte le attività collaterali e la mancata regolamentazione. Questo modello è seguito dalla gran parte dei Paesi dell’Europa occidentale: Andorra, Armenia, Belgio, Bulgaria, Città del Vaticano, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Irlanda, Italia, Liechtenstein, Lussemburgo, Malta, Monaco, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, San Marino, Slovacchia, Spagna.
Il Modello regolamentarista è un sistema teso alla legalizzazione e regolamentazione della prostituzione che può avvenire con modalità differenti (come la statalizzazione dei bordelli, i quartieri a luci rosse). In 7 Paesi europei (Paesi Bassi, Germania, Austria, Svizzera, Grecia, Ungheria e Lettonia) la prostituzione è legale e regolamentata. La legalizzazione sovente include l’imposizione di tasse e restrizioni, più o meno ampie, nell’esercizio della prostituzione anche con l’individuazione di luoghi preposti all’esercizio dell’attività e la prescrizione di controlli sanitari obbligatori per prostitute e prostituti per la prevenzione e il contenimento delle malattie veneree e l’obbligo di segnalare attività e residenza.
Una variante del modello regolamentarista è il cosiddetto Modello neo-regolamentarista è teso alla rimozione di leggi al fine di depenalizzare l’attività sessuale fra adulti consenzienti nei contesti commerciali.
La prostituzione in Germania dal 2002
Nel 2002, una proposta di legge avanzata dal Partito dei Verdi tedesco fu approvata dalla coalizione di maggioranza nel Bundestag, composta da socialdemocratici e verdi. La nuova disciplina eliminò il generale divieto di favoreggiamento della prostituzione e permise alle prostitute di ottenere un regolare contratto di lavoro. Il principio fondante della nuova disciplina è che la prostituzione non deve essere più considerata una attività immorale. Tuttavia, la stigmatizzazione sociale della prostituzione continua a persistere e una gran parte delle prostitute esercita in modo segreto, conducendo una doppia vita.
La nuova legge è stata criticata sulla base del fatto che essa non avrebbe apportaro reali cambiamenti nelle condizioni di lavoro delle prostitute.
Nel gennaio 2007, il governo tedesco ha pubblicato un rapporto sull’impatto della nuova legislazione, concludendo che un limitato numero di prostitute ha concluso un regolare contratto di lavoro e che le condizioni di lavoro sono migliorate in misura molto modesta.
Diffusione della prostituzione
Studi dei primi anni ’90 stimavano che il numero di donne operanti come prostitute in Germania fosse fra 50.000 e 200.000.
La International Encyclopedia of Sexuality, pubblicata nel 1997, stimava in oltre 100 000 il numero di donne operanti come prostitute in Germania.
Uno studio del 2005 considerava il numero di 200.000 come una stima realistica.
La associazione di prostitute HYDRA, stima che il numero odiernodi prostitute sia di 400.000. Uno studio del 2009 realizzato da TAMPEP ha confermato la stima di HYDRA di 400.000 fra prostitute part-time ed a tempo pieno, di cui il 93% donne, il 3% transgender e il 4% uomini.
Lo stesso studio ha stimato che il 63% delle prostitute in Germania è straniero ed i due terzi di queste provengono dall’Europa centrale e l’Europa dell’est. Nel 1999 la percentuale delle prostitute straniere era stimata nel 52%. L’aumento della percentuale è probabilmente da attribuirsi al processo di allargamento dell’Unione Europea.
Altri studi stimano che una percentuale fra il 10% e il 30% degli uomini adulti ha avuto esperienze sessuali con prostitute.
Situazione legale
A seguito della approvazione a fine 2001 della Gesetz zur Regelung der Rechtsverhältnisse der Prostituierten (Prostitutionsgesetz – ProstG), 20 Dec 2001, Bundesgesetzblatt (BGBl.) I, 2001, p. 3983, a far data dal 1º gennaio 2002 in Germania la prostituzione è una attività legale.
Le prostitute possono lavorare come dipendenti con un normale contratto di lavoro, ma la gran parte di loro lavora come lavoratore autonomo. Le case di appuntamenti sono imprese registrate e non necessitano di particolari autorizzazioni. Se offrono cibo ed alcolici è necessaria una normale licenza per somministrazione.
Le prostitute sono tenute al pagamento delle imposte sul reddito e alla applicazione dell’IVA per i loro servizi. Tuttavia, trattandosi di un mercato dove per la gran parte i pagamenti avvengono in contanti, spesso le tesse sono evase. I Länder di Renania Settentrionale-Vestfalia, Baden-Württemberg e Berlino hanno adottato un sistema di imposizione nel quale le prostitute devono pagare anticipatamente un certo ammontare quotidiano, che deve essere riscosso direttamente dai gestori di case di appuntamenti. La Renania Settentrionale-Vestfalia richiede un importo di 25 euro al giorno per prostituta, mentre Berlino 30 euro. Nel 2007 le autorità hanno preso in considerazione la possibilità di una tassazione unificata ed uniforme per tutta la Germania.
La prima città tedesca che ha introdotto una forma di tassazione sulla prostituzione è stata Colonia. Questa tassa è stata introdotta all’inizio del 2004 dal consiglio comunale, guidato da una coalizione conservatrice composta da cristiano-democratici e Verdi e si applicava a locali di spogliarello, peep show, cinema porto, centri massaggi e prostituzione. Nel caso della prostituzione, la tassa ammonta ad un imposto di 150 euro al mese per prostituta e deve essere corrisposto dal gestore della casa di appuntamenti. Nel 2006 la città ha riscosso 828.000 euro da questa tassa.
Fino al 2002 era formalmente proibito a prostitute e case di appuntamenti di svolgere promozione pubblicitaria, per quanto tale divieto fosse scarsamente applicato. Nel luglio 2006 la Corte di Giustizia Federale ha stabilito che, in conseguenza dell’entrata in vigore della nuova disciplina sulla prostituzione, non deve più considerarsi illegale la pubblicità di servizi sessuali.
Ogni municipalità ha la facoltà di individuare zone del territorio comunale dove la prostituzione non è consentita. Le prostitute sorprese ad esercitare in queste aree possono essere multate o in caso di recidiva arrestate. A Berlino la prostituzione è consentita ovunque, ad Amburgo la prostituzione di strada è consentita nel quartiere del Reeperbahn in certi orari del giorno. Quasi l’intero centro di Monaco è precluso alla prostituzione ed agenti in borghese si fingono clienti per arrestare le prostitute che esercitano illegalmente in queste aree. A Lipsia la prostituzione di strada è proibita quasi ovunque e le ordinanze locali consentono alla polizia di multare i clienti che ricercano prostituzione in pubblico. In molte piccole città, l’area preclusa comprende il centro cittadino e le zone residenziali. Diversi stati proibiscono la presenza di case di appuntamenti in città di piccole dimensioni (ad esempio sotto i 35.000 abitanti).
Far lavorare in una casa d’appuntamenti una prostituta minorenne è illegale, come anche lo è indurre a prostituirsi una persona minore di anni 21. È anche illegale acquistare servizi sessuali da una minore di anni 18 (il limite era 16 prima del 2008). Questo divieto si applica anche ai cittadini tedeschi in viaggio all’estero, al fine di combattere estensivamente la pedofilia ed il turismo sessuale.
Salute e igiene
La legge federale impone controlli sanitari obbligatori.
In Baviera la legge impone l’uso di preservativi nei rapporti con le prostitute, inclusi i rapporti orali.
settembre 23, 2012

Forse è giunto il momento di abrogare la Legge Merlin.

Legge Merlin è il nome con cui è nota la Legge 20 febbraio 1958, n. 75 (pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 55 del 4 marzo 1958), chiamata in questo modo in quanto la prima firmataria era la senatrice socialista Lina Merlin.
Con questa legge veniva stabilita, entro sei mesi dall’entrata in vigore della Legge, la chiusura delle case di tolleranza, l’abolizione della regolamentazione della prostituzione in Italia e l’introduzione di una serie di reati intesi a contrastare lo sfruttamento della prostituzione altrui.
 Il fenomeno della prostituzione era già diffuso ai tempi dell’Antica Roma.
In Italia la prostituzione è stata regolamentata dallo Stato fin dai tempi antichi. Nel Regno delle Due Sicilie, già nel 1432, era stata rilasciata una reale patente per l’apertura di un lupanare pubblico; e anche nella Serenissima Repubblica di Venezia esistevano numerose case di prostituzione. Case di tolleranza erano presenti anche nello Stato pontificio. Il Regno di Sardegna introdusse il meretricio di stato (pensato, voluto e realizzato da Cavour), anche e soprattutto per motivi igienici, lungo il percorso delle truppe di Napoleone III nella seconda guerra di indipendenza italiana, sul modello di quanto già esisteva in Francia dai tempi del primo Napoleone.
Con l’unità d’Italia, una legge del 1860 estendeva questa pratica a tutto il paese, dove peraltro esisteva già una ricca tradizione di tolleranza in varie regioni. Lo Stato italiano si faceva carico di fissare anche i prezzi degli incontri a seconda della categoria dei bordelli, adeguandoli al tasso di inflazione. Ampi consensi popolari erano andati, ad esempio, al ministro degli Interni Giovanni Nicotera quando, nel 1891, aveva dimezzato il prezzo di un semplice trattenimento in una casa di terza classe, con ulteriori sconti per soldati e sottufficiali, mentre Urbano Rattazzi, anni prima, aveva persino stabilito con un decreto ministeriale che una prestazione basilare doveva durare venti minuti.
Il regime fascista, con il Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza del 1931, aveva imposto misure restrittive nei confronti delle prostitute, obbligate a essere schedate dalle autorità di pubblica sicurezza e sottoposte a esami medici obbligatori. La frequentazione di case di tolleranza era, prima della loro chiusura, una pratica abbastanza consueta presso la popolazione maschile, mentre le donne che entravano a far parte della schiera delle prostitute avevano poche possibilità di affrancarsi da un mestiere che spesso era fonte di malattie veneree e quindi di una minore aspettativa di vita.
Anche dopo la fine della seconda guerra mondiale l’opinione pubblica era in buona parte favorevole alla prostituzione legalizzata, sia per ragioni di igiene pubblica, sia per la volontà di porre un divario con le ragazze destinate a diventare spose e madri e per garantire alla popolazione maschile una valvola di sfogo per i propri istinti sessuali.
Lina Merlin
Una prima versione del suo disegno di legge in materia di abolizione delle case chiuse in Italia, Lina Merlin lo aveva presentato nell’agosto del 1948 (anno in cui si calcola fossero attivi oltre settecento casini, con tremila donne registrate, che risulteranno ridotte a circa duemilacinquecento al momento dell’entrata in vigore della legge).
La legge italiana in vigore fino ad allora prevedeva che venissero periodicamente messi in atto controlli sanitari sulle prostitute, anche se in realtà i controlli erano sporadici e soggetti a pressioni di ogni genere da parte dei tenutari, specialmente al fine di impedire di vedersi ritirata la licenza per la gestione dell’attività.
Con il parere contrario dei monarchici e missini, il progetto divenne legge dopo un lunghissimo iter parlamentare il 20 febbraio 1958: veniva abolita la regolamentazione statale della prostituzione e si disponevano sanzioni nei confronti dello sfruttamento della prostituzione.
Sei mesi dopo la pubblicazione della legge sulla Gazzetta ufficiale della Repubblica Italiana – avvenuta sul numero 55 del 4 marzo – alla mezzanotte del 20 settembre di quell’anno, vennero chiusi oltre cinquecentosessanta postriboli su tutto il territorio nazionale. Molti di questi luoghi furono riconvertiti in enti di patronato per l’accoglienza e il ricovero delle ex-prostitute.
La tenacia di Lina Merlin nel portare avanti, fin dal momento della sua elezione, la propria lotta al lenocinio (favoreggiamento) inteso come sfruttamento di prostitute (e, di fatto, quindi decretare l’illegalizzazione della prostituzione) portò all’approvazione dell’omonima e ampiamente discussa legge.
Il suo primo atto parlamentare era stato quello di depositare un progetto di legge contro il sesso in compravendita e l’uso statale di riscuotere la tassa di esercizio. Un incentivo alla sua azione legislativa venne dall’adesione dell’Italia all’ONU. In virtù di questo evento, il governo dovette sottoscrivere diverse convenzioni internazionali tra cui la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (del 1948) che, tra l’altro, faceva obbligo agli Stati firmatari di porre in atto “la repressione della tratta degli esseri umani e lo sfruttamento della prostituzione”.
Il PSI di allora intendeva, come deriva della ratifica di questi trattati, abolire le case di tolleranza gestite dallo Stato. Tuttavia, l’allora ministro degli Interni Mario Scelba aveva smesso di rilasciare licenze di polizia per l’apertura di nuove case già dal 1948.
La proposta di legge presentata dalla Merlin fu l’unica al riguardo. Merlin ribadì nel dibattito parlamentare come l’articolo 3 della Costituzione italiana sancisse l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, e l’articolo 32 annoverasse la salute come fondamentale diritto dell’individuo; veniva citato inoltre il secondo comma dell’articolo 41 che stabilisce come un’attività economica non possa essere svolta in modo da arrecare danno alla dignità umana.
A detta della senatrice, le leggi che fino ad allora avevano regolamentato la prostituzione potevano e dovevano essere abolite, senza che a esse venisse sostituito alcun controllo o permesso di esercitarla in luogo pubblico.
Occorsero nove anni perché la sua proposta di legge percorresse l’intero iter legislativo. Nonostante avesse dalla propria parte una maggioranza di consensi, la legge incontrò ostacoli di diverso genere durante il dibattito nelle aule parlamentari, dovendo essere ripresentata allo scadere di ogni legislatura e ricominciare i dibattiti tanto in aula quanto in commissione.
La legge prescriveva anche la costituzione del primo corpo di Polizia femminile, che da allora in poi si sarebbe occupata della prevenzione e della repressione dei reati contro il buon costume e della lotta alla delinquenza minorile.
L’avvenimento, che segnò una svolta nel costume e nella cultura dell’Italia moderna, venne visto da alcuni come una svolta positiva, da altri col timore di alcune conseguenze quali gravi epidemie di malattie veneree e il dilagare delle prostitute nelle strade delle città, cosa che in effetti avvenne. La legge n. 75/1958 punisce formalmente sia lo sfruttamento sia il favoreggiamento della prostituzione: infatti l’art. 3, n. 8), della l. 75/1958 punisce “chiunque in qualsiasi modo favorisca o sfrutti la prostituzione altrui”.
L’addio alle case chiuse
Pur essendo l’argomento per sua natura scabroso, e perciò improponibile sui pudibondi mezzi di informazione dell’Italia degli anni cinquanta, nel Parlamento e nella società si creò una spaccatura trasversale tra coloro che sostenevano l’opinione della Merlin, tra cui molti esponenti di area cattolica, e molti altri che invece opposero un atteggiamento di rifiuto totale e categorico, inclusi diversi suoi compagni di partito, come il medico socialista Gaetano Pieraccini, che disse, tra l’altro che “per evitare la prostituzione, dovremmo essere costruiti come gli animali inferiori, ad esempio il corallo, che è asessuale e non ha il sistema nervoso” o Eugenio Dugoni, che ebbe scontri verbali durissimi con la Merlin.
Lo scontro tra queste due opposte tendenze raggiunse comunque i banchi delle librerie quando Merlin, insieme alla giornalista Carla Voltolina, moglie del deputato socialista e futuro Presidente della Repubblica Sandro Pertini, pubblicò nel 1955 un libro intitolato “Lettere dalle case chiuse”, nel quale – attraverso la prosa ingenua e spesso sgrammaticata delle lettere indirizzate alla Merlin dalle stesse sfortunate vittime la realtà dei bordelli italiani – il fenomeno emergeva in tutto il suo squallore.
Sul fronte opposto il giornalista Indro Montanelli si batté pervicacemente contro quella che ormai veniva già chiamata – e si sarebbe da allora chiamata – la legge Merlin. Nel 1956 diede alle stampe un polemico libello intitolato “Addio, Wanda!”, nel quale scriveva tra l’altro:
« … in Italia un colpo di piccone alle case chiuse fa crollare l’intero edificio, basato su tre fondamentali puntelli, la Fede cattolica, la Patria e la Famiglia. Perché era nei cosiddetti postriboli che queste tre istituzioni trovavano la più sicura garanzia… »
L’ambiente dei casini è stato trattato anche dallo scrittore Giancarlo Fusco nella sua raccolta di racconti Quando l’Italia tollerava.
Critiche
L’ostilità verso la Merlin dei tenutari di case di tolleranza, che si erano riuniti in un’associazione di categoria denominata APCA (Associazione Proprietari Case Autorizzate), e di tutti coloro che si opponevano alla sua proposta di legge, giunse al punto di costringerla alla semi-clandestinità, dopo che ebbe ricevuto intimidazioni e minacce di morte.
Dagli anni ottanta nel dibattito politico italiano hanno preso corpo numerose richieste per l’abrogazione – in tutto o in parte – della Legge Merlin, giudicata non più al passo con i tempi. La legge è ritenuta da più detrattori non idonea a gestire il fenomeno della prostituzione in Italia che, di fatto, rimane una realtà presente e costante. In Italia, infatti, non è considerato reato la vendita del proprio corpo, mentre lo è lo sfruttamento del corpo altrui anche se in ambiente organizzato. Ciò ha permesso il proseguire, di fatto, della mercificazione corporale nelle strade oltre che nelle case, ma nella clandestinità.
Inoltre, prima dell’entrata in vigore della legge la prostituzione nelle strade era molto poco diffusa, mentre dopo l’entrata in vigore è aumentata notevolmente. Negli anni novanta, soprattutto, si è sviluppato il fenomeno della prostituzione legata all’immigrazione clandestina, esploso poi negli ultimi anni: le prostitute in strada sono nella quasi totalità straniere. Due le etnie più rappresentate: nigeriane da una parte ed europee dell’Est dall’altra.
Il traffico di donne, talvolta anche minorenni, e i lauti guadagni del loro sfruttamento, è passato sotto il controllo delle mafie italiane e dei loro Paesi d’origine, sempre più presenti queste ultime sul territorio italiano. Queste nuove schiave, legate al traffico di esseri umani, sono oggi, di fatto, un problema irrisolto che ripropone con urgenza il ripensamento di tutte le leggi in questo campo, a cominciare dalla stessa legge Merlin.
Il dibattito politico sul tema è però risultato sterile dal punto di vista dei risultati, dato che, attualmente (2012), la normativa in materia è la stessa del 1958, nonostante le numerose proposte di modifica presentate dai politici dei vari schieramenti. La prostituzione genera in Italia un notevole indotto (50000-70000 prostitute coinvolte, 9 milioni di clienti, 19-25 miliardi di euro il giro d’affari stimato) sottratto all’imposizione fiscale.
La allora prostituzione in Italia si puó fare?
Si può fare! lo prevede una sentenza della Cassazione che ha equiparato la professione più antica del mondo — e i relativi incassi — a qualsiasi altra attività lavorativa autonoma. E lo hanno stabilito anche moltissime sentenze delle commissioni tributarie provinciali e regionali contro i ricorsi delle prostitute. L’Agenzia delle Entrate però non spinge su questo versante perché la prostituta da strada è nel 99% nullatenente e non vi è nulla in suo possesso che sia “fiscalmente aggredibile”. Le prostitute “aggredibili” sono quelle ad uno scalino più alto. Il sistema italiano è una specie di redditometro: confronto tra reddito dichiarato e tenore di vita. Se l’Agenzia ritiene di trovarsi di fronte ad una prostituta professionista  si attribuisce una partita Iva d’ufficio e si calcola il 21% a titolo Iva oltre all’Irap e alle imposte sui redditi. Se la prostituta è occasionale il reddito viene determinato in base al possesso dei beni e l’Agenzia chiede l’importo calcolato.
Tutto bene dunque? Per niente. Lo Stato italiano fa il biscazziere con lotterie e gratta e vinci, mantiene il monopolio sui tabacchi, il tutto senza troppi problemi etico-morali. Di fronte alla prostituzione la strada maestra invece non viene seguita. E la strada maestra è ovviamente quella di legalizzare la prostituzione, organizzarla e, perché no, farci anche uno studio di settore. Contemporaneamente prevedere pene severe e applicate contro la prostituzione non registrata. Si fa in Germania con ottimi risultati: basta imitare il modello. Ma siamo in Italia e una soluzione del genere farebbe venire il mal di pancia al Vaticano, che ha già i suoi problemi a pagare le tasse sul suo patrimonio immobiliare.
Il governo Monti – supposto tecnico – nominalmente svincolato dai partiti potrebbe farlo? Certamente, ma, con tutta evidenza, meglio tassare gli operai che le prostitute. Meglio il signor Rossi pensionato che la signorina Ruby Rubacuori.
settembre 14, 2012

INVASIONI BARBARICHE !

Pubblico la locandina distribuita in tutta Italia dall’Associazione Italiana Fisioterapisti, che da anni continua ad accusare i Laureati in Scienze Motorie di ABUSO DI PROFESSIONE SANITARIA.

I fisioterapisti dell’AIFI invece, dall’alto della loro ETICA PROFESSIONALE, dichiarano di essere gli “esperti del movimento e dell’esercizio fisico, e con una conoscenza approfondita dei fattori di rischio, delle patologie e dei loro effetti su tutti i sistemi”, poi sostengono che “I fisioterapisti sono i professionisti ideali per promuovere, orientare, prescrivere  e gestire il movimento per migliorare la salute ed il benessere”.

Praticamente sono i nuovi “MESSIA” dell’era moderna, dimenticando che di figure professionali che ruotano nell’ambito della salute ce ne sono anche altre.

Riporto con precisione il profilo professionale del Fisioterapista:

Decreto Ministero Sanità 14 settembre 1994, n. 741 (in GU 9 gennaio 1995, n. 6) Regolamento concernente l’individuazione della figura e del relativo profilo professionale del fisioterapista.

Il fisioterapista è l’operatore sanitario, in possesso del diploma universitario abilitante, che svolge in via autonoma, o in collaborazione con altre figure sanitarie, gli interventi di prevenzione, cura e riabilitazione nelle aree della motricità, delle funzioni corticali superiori, e di quelle viscerali conseguenti a eventi patologici, a varia eziologia, congenita od acquisita.

In riferimento alla diagnosi ed alle prescrizioni del medico, nell’ambito delle proprie competenze, il fisioterapista: a) elabora, anche in équipe multidisciplinare, la definizione del programma di riabilitazione volto all’individuazione ed al superamento del bisogno di salute del disabile; b) pratica autonomamente attività terapeutica per la rieducazione funzionale delle disabilità motorie, psicomotorie e cognitive utilizzando terapie fisiche, manuali, massoterapiche e occupazionali; c) propone l’adozione di protesi ed ausili, ne addestra all’uso e ne verifica l’efficacia; d) verifica le rispondenze della metodologia riabilitativa attuata agli obiettivi di recupero funzionale. 3. Svolge attività di studio, didattica e consulenza professionale, nei servizi sanitari ed in quelli dove si richiedono le sue competenze professionali; 4. Il fisioterapista, attraverso la formazione complementare, integra la formazione di base con indirizzi di specializzazione nel settore della psicomotricità e della terapia occupazionale: a) la specializzazione in psicomotricità consente al fisioterapista di svolgere anche l’assistenza riabilitativa sia psichica che fisica di soggetti in età evolutiva con deficit neurosensoriale o psichico; b) la specializzazione in terapia occupazionale consente al fisioterapista di operare anche nella traduzione funzionale della motricità residua, al fine dello sviluppo di compensi funzionali alla disabilità, con particolare riguardo all’addestramento per conseguire l’autonomia nella vita quotidiana, di relazione (studio-lavoro-tempo libero), anche ai fini dell’utilizzo di vari tipi di ausili in dotazione alla persona o all’ambiente. 5. Il percorso formativo viene definito con decreto del Ministero della sanità e si conclude con il rilascio di un attestato di formazione specialistica che costituisce titolo preferenziale per l’esercizio delle funzioni specifiche nelle diverse aree, dopo il superamento di apposite prove valutative. La natura preferenziale del titolo è strettamente legata alla sussistenza di obiettive necessità del servizio e recede in presenza di mutate condizioni di fatto. 6. Il fisioterapista svolge la sua attività professionale in strutture sanitarie, pubbliche o private, in regime di dipendenza o libero-professionale.

NON SOLO NEL PROFILO NON SI EVIDENZIANO AFFATTO LE MANSIONI CHE I FISIOTERAPISTI DICHIARANO DI POSSEDERE NEL MANIFESTO. LA COSA GRAVE DI QUESTO MANIFESTO E’ CHE AL COMMA 2 DELL’ART. 1 DEL DECRETO DI CUI AL LORO PROFILO, IL MINISTERO DELLA SALUTE SPECIFICA CHE: “è in riferimento alla diagnosi ed alle prescrizioni del medico, nell’ambito delle proprie competenze che il fisioterapista esercita le proprie funzioni” (Vedi Comma 2 – Art. 1 e lettere seguenti). I FISIOTERAPISTI HANNO SCRITTO CHE LORO SONO I “PROFESSIONISTI IDEALI” IN TERMINI DI “PRESCRIZIONE” DEL MOVIMENTO. LA ”PRESCRIZIONE” E’ UN ATTO TIPICAMENTE MEDICO.

IL 31 MAGGIO 2012, AL MINISTERO DELLA SALUTE, IL  PRESIDENTE ANTONIO BORTONE DICHIARAVA A SUA FIRMA CHE TUTTI I 100.000 LSM ITALIANI, NESSUNO ESCLUSO, SONO DEGLI ABUSIVI.

Purtroppo in assenza di una politica professionale seria saremo costretti a difenderci e attaccare nei tribunali.

 

settembre 13, 2012

MODIFICATO E APPROVATO IL DECRETO BALDUZZI

E’ stato approvato con significative modifiche il Decreto Balduzzi. Le modifiche sono a mio avviso positive ed aprono ad una “concertazione” multidisciplinare.

Relativamente alla parte che interessa i laureati in scienze motorie:

“Al fine di salvaguardare la salute dei cittadini che praticano un’attività sportiva non agonistica o amatoriale il Ministero della salute, con proprio decreto emanato di concerto con il Ministro per il turismo e lo sport, dispone garanzie sanitarie mediante l’obbligo di controlli sanitari di praticanti e per la dotazione e l’impiego, da parte di società sportive sia professionistiche che dilettantistiche, di defibrillatori semiautomatici e di eventuali altri dispositivi salvavita”.

Come potete osservare è scomparso il riferimento alla certificazione specialistica medico-sportiva.