maggio 1, 2019

Quale lavoro futuro?

È venuto il tempo di immaginare un mercato del lavoro europeo con regole comuni e comuni strumenti di protezione sociale che favoriscano l’equità, l’integrazione e la circolazione delle competenze nel territorio dell’Unione.
L’Europa ha elevata densità demografica, buone vie di comunicazione, alta urbanizzazione: tutte condizioni che favoriscono la mobilità interna continentale. Questa tuttavia rimane bassa, se paragonata a quella statunitense, e questo riduce le possibilità dei cittadini europei di cogliere le opportunità di lavoro e di vita laddove queste si presentano. Le barriere culturali e linguistiche sono un ostacolo importante, ma ci sono anche difficoltà di natura legale e amministrativa su cui è necessario intervenire, nel mercato del lavoro autonomo e in quello dipendente: solo per citare le principali, la difformità dei criteri di valutazione degli studenti, le barriere ancora esistenti per il riconoscimento dei titoli di studio, le barriere all’ingresso nelle professioni, le disparità nei benefici di welfare e la portabilità dei diritti pensionistici.
Al tempo stesso, la mobilità di lavoratori da un paese all’altro dell’Unione comporta una perdita economica secca da parte dei paesi di provenienza. Non si tratta solo della perdita di capitale umano – spesso anche qualificato – ma della riduzione dei contributi versati alle forme di supporto e previdenza ancora organizzate su base nazionale. Questo è insostenibile all’interno di un’unione federale e apre la porta a fenomeni di divergenza in cui shock temporanei possono avvitarsi in crisi profonde di lungo periodo. Non solo infatti la caduta del PIL e delle entrate fiscali di uno degli Stati membri dell’Unione non è compensata da trasferimenti da Bruxelles (come invece avviene per esempio negli Stati Uniti), ma lo spostamento di lavoratori dai paesi in crisi verso quelli in crescita mette di fatto a repentaglio lo stato sociale anche per coloro che restano a lavorare nel proprio paese. In linea con il percorso indicato dal Parlamento Europeo, il mercato del lavoro europeo dovrà mettere al centro la partecipazione dei lavoratori alla gestione d’impresa.
Sempre più start-up e imprese europee chiedono la creazione di uno spazio legislativo semplice, protetto e comune a tutta l’Unione Europea in cui crescere e investire: un ecosistema integrato, con regole comuni e coerenti su questioni attinenti a tassazione, mercato del lavoro, accesso al capitale e tutela dei brevetti. Questo faciliterebbe gli scambi e le operazioni tra Paesi diversi, permetterebbe sinergie continentali e aumenterebbe le possibilità di successo per le nostre migliori giovani iniziative, sia profit che noprofit.
Anche a livello europeo si devono sviluppate politiche che aiutino i lavoratori a costruire e migliorare costantemente le proprie competenze nel corso della propria vita lavorativa. Apprendimento permanente, non inteso come “riqualificazione”, ma come elemento cardine di un più complessivo diritto soggettivo di ogni cittadino alla formazione. I cambiamenti sempre più veloci che si susseguono in tutti i campi ci impongono di finalizzare in modo più puntuale gli investimenti per la formazione lungo tutto l’arco della vita e per le politiche attive, impedendone un uso improprio dovuto all’identificazione di questi strumenti come forme di ammortizzatori sociali. Il “lifelong learning” acquista valore anche rispetto a temi sociali (quali la riduzione delle disuguaglianze) e di crescita civile (quali la responsabile consapevolezza di nuovi diritti e l’impegno nella costruzione degli strumenti per farli riconoscere), ma, soprattutto, è la via maestra per rafforzare la qualificazione dei cittadini che da una riorganizzazione del sistema educativo nel suo complesso possono aspettarsi di essere finalmente messi in condizione di avere opportunità e strumenti permanenti. Non è più sostenibile un sistema basato su una separazione netta tra una fase della vita nella quale si accumula il sapere necessario per le fasi successive e altre fasi nelle quali, al massimo, lo si aggiorna.
aprile 24, 2019

Riduciamo il consumo di plastica!

I VOSTRI SUGGERIMENTI:

Michela Barocco: Utilizzare sempre le stesse bottiglie, come si fa per i detersivi. Io ne ho due e da anni non compero più niente. Forse per altri alimenti può essere più difficile.

Stefano Zanella: Aumentare l’attenzione sulla qualità dell’acqua potabile e pubblicizzarne conseguentemente l’uso.

Fiorenzo Martinelli: Vietare la vendita di acqua in bottiglie di plastica. Abolire le confezioni di frutta e verdura in quei vassoi di polistirolo che servono esclusivamente dal mercato sino a casa.

Lisa Avanzi: Nelle scuole e nelle università distributori gratuiti di acqua.

Stefano Appolonio: Non fare il riscaldamento a pavimento nell’edilizia perché i tubi sono di plastica; Malte in sacchi di carta e non più in secchi di plastica; Tutti i colori in polvere da aggiungere all’acqua; Oli e vernici in barattoli di metallo o vetro; Non fare più i cappotti isolanti in polistirolo o altri materiali plastici, ma usare isolanti naturali; Non verniciare i mobili con vernici sintetiche, ma usare vernici naturali con oli o resine; Non verniciare i pavimenti in legno oppure usare solo oli naturali.

Mariella Fasson: Fontanelle in giro per la città; Premiare i ristoranti che servono acqua in caraffa (osteggiare il business dell’acqua in bottiglia di plastica); Riciclare le plastiche dure (panchine, ecc.) per produrre asfalto riciclato e per creare nuovi materiali.

Antonella Maria Traina: Ritornare ad usare bottiglie di Vetro.

 

aprile 19, 2019

Società Aperta oppure Società Chiusa? Quale futuro?

       

di Giorgio Pasetto

 

Quando parliamo di società aperta non possiamo dimenticare la figura e le idee di Karl Popper (riferimenti in box), quando invece parliamo di società chiusa è sufficiente ascoltare quello che i sovranisti oggi ci raccontano quotidianamente (Salvini docet).

Le diversità tra i due modelli di riferimento sono evidenti e alla base c’è ovviamente l’idea di quale società vorremmo per il futuro dei nostri figli.

Una società multietnica e adattabile nei confronti delle diversità e in grado di rispondere alle esigenze dei cittadini, rappresenta un obiettivo percorribile e raggiungibile; non è solo un’ipotesi teorica e ideale.

La società “aperta” si configura perciò con l’immagine di una società “libera” ovvero fondata sul primato della libertà individuale, sull’economia di mercato, sulla democrazia politica e su molti altri aspetti come l’attenzione ai diritti civili delle persone.

La società aperta prevede una scienza libera di evolvere senza vincoli prettamente ideologici.

La società “chiusa” si configura invece con l’immagine di una società “costretta” ovvero fondata sul primato dello “stato etico” che impone, con la scusa di un ipotetico bene pubblico, le scelte di elite dirigenziali in grado di limitare la libertà dei singoli individui.

La società chiusa costringe di conseguenza la ricerca scientifica nell’angolo e limita la libertà dei ricercatori.

Progresso contro restaurazione, futuro contro passato, libertà contro proibizionismo, responsabilità individuale contro responsabilità collettiva, libero mercato contro dazi e protezionismo, cultura contro ignoranza, evoluzione contro involuzione, laicità contro fede.

Questi sono solo alcuni esempi che facilitano il confronto e consentono di capire.

Le strutture burocratico-amministrative dei singoli stati hanno sfumature diverse e talvolta queste sfumature confondono le idee e inducono le masse a considerazioni errate.

L’Europa è oggi garanzia di società aperta con regole comuni e condivise, mentre la visione sovranista che ci vogliono “vendere” è la quasi certezza di entrare a far parte di società chiuse.

Putin, Erdogan e Orban  rappresentano già oggi la restaurazione di società che vogliono tornare al passato, orientate alla chiusura e alla restrizione delle libertà individuali. In queste nazioni i diritti civili hanno fanno passi indietro preoccupanti.

Il liberalismo e le idee liberali hanno costruito il mondo moderno, ma purtroppo l’Europa e gli Stati Uniti d’America sono alle prese con una sorta di ribellione contro le classi dirigenti liberi, che sono viste negativamente.

mentre il fascismo ed il comunismo fallivano nel corso del XIX e XX secolo, le società liberali sono cresciute in modo esponenziale.

Le prossime elezioni europee del 26 maggio saranno molto importanti per il futuro dell’Europa e per la direzione che le politiche europee prenderanno.

Il sogno e la speranza di migliorare il mondo e la società non deve svanire, anzi deve restare acceso nelle menti di tutti coloro che lottano oggi e lotteranno domani per questo ideale di libertà, che si incarna nella visione di una società aperta. Con il nostro voto dobbiamo impedire il ritorno di modelli sociali, culturali e religiosi del passato che contrastano il concetto di fratellanza e uguaglianza.